3.7 milioni di bambini rifugiati non hanno accesso all’istruzione. Sono bambini che la guerra ha strappato alle loro case, ai loro giochi, alle loro vite. Senza istruzione, il loro futuro è incerto e la loro stessa sopravvivenza è in pericolo.
#Mettiamocelointesta
Studenti della scuola primaria Nakivubo Blue, Kampala, Uganda, 19 novembre 2014 ©UNHCR/Jiro Ose
Studenti della scuola primaria Nakivubo Blue, Kampala, Uganda, 19 novembre 2014 ©UNHCR/Jiro Ose

Entrare in classe al suono della campanella. Sedersi accanto al compagno di banco. Salutare la maestra, aprire il libro e iniziare la lezione. Per milioni di bambini in tutto il mondo, la scuola è la normalità. Per 3,7 milioni di bambini rifugiati, invece, la scuola è solo un ricordo spezzato dalla guerra. Tornare a scuola per questi bambini è un sogno, un desiderio. Ma soprattutto una speranza di sopravvivere alla violenza, di dimenticare il rumore assordante delle bombe e di ricominciare una vita normale.

Far tornare a scuola 1 milione di bambini rifugiati è l’obiettivo di “Mettiamocelo in testa, solo con l’istruzione un bambino rifugiato ricomincia a scrivere la sua vita”, la campagna che l’UNHCR lancia per accendere i riflettori sul dramma dell’istruzione negata e raccogliere fondi a sostegno degli interventi dell’Agenzia sull’istruzione.

Un libro aperto posato sulla testa è il simbolo di questa campagna e al contempo è anche un appello alla generosità dei cittadini affinché comprendano l’impatto decisivo che la scuola ha nella vita di un bambino e sostengano la campagna. Fino all’11 dicembre 2016, una piccola donazione può fare la differenza nella vita di un bambino: basta solo un SMS da 2 euro al 45516, per mandare a scuola un bambino rifugiato per un mese.

Ogni bambino rifugiato che non va a scuola è esposto alla violenza, allo sfruttamento lavorativo, all’abuso. Non avrà gli strumenti necessari per crescere e avere fiducia in sé stesso. Senza istruzione le bambine rischiano i matrimoni forzati e le gravidanze precoci.

La scuola invece protegge i bambini, li aiuta a superare il trauma della guerra e della fuga forzata. La scuola permette ai bambini di socializzare, ritrovare la fiducia negli altri e in sé stessi e costruire un futuro dignitoso.

Un bambino istruito sarà un adulto che un giorno contribuirà a costruire la pace nel paese da cui è stato costretto a fuggire o potrà contribuire alla crescita della comunità che lo ha accolto. L’istruzione non è un lusso ma un investimento per il futuro, un futuro di pace.

Dove vanno i fondi raccolti

Questa campagna sostiene il programma dell’UNHCR “Educate a child”. Avviato nel 2012, “Educate a Child” ha l’ambizioso obiettivo di garantire l’istruzione a 1 milione di bambini rifugiati in 12 paesi del mondo: Ciad, Etiopia, Iran, Malesia, Pakistan, Ruanda, Siria, Sudan, Sud Sudan, Uganda, Kenya e Yemen.

Se garantire l’accesso all’istruzione è fondamentale per i bambini rifugiati, è altrettanto importante che i giovani italiani abbiano una corretta conoscenza dell’asilo e delle condizioni di vita dei rifugiati in Italia. Per questa ragione, parte dei fondi della campagna sarà utilizzata per attività di sensibilizzazione e informazione su queste tematiche.

Un’intera generazione a rischio

Nel mondo circa 3,7 milioni di bambini rifugiati non vanno a scuola. Tra loro, 1 milione e 750 mila non accede all’istruzione primaria.

Sono bambini che la guerra e la violenza hanno strappato alle loro case, ai loro giochi, alle loro vite.

Anas Daouda, 8, e il suo insegnante Abdelkadre Abbas Idriss, che ha ricevuto una formazione nell’ambito del programma “Educate a child”. Campo per rifugiati di Djabal, Ciad, novembre 2015 ©UNHCR/Sylvain Cherkaoui
Anas Daouda, 8 anni, e il suo insegnante Abdelkadre Abbas Idriss, che ha ricevuto una formazione nell’ambito del programma “Educate a child”. Campo per rifugiati di Djabal, Ciad, novembre 2015 ©UNHCR/Sylvain Cherkaoui

Una generazione privata degli affetti, della scuola, di una vita normale il cui futuro è incerto e la cui sopravvivenza è in pericolo. Per i bambini rifugiati, la scuola non è una fase normale dell’infanzia e dell’adolescenza, piuttosto un’aspirazione spesso irrealizzabile oppure un ricordo legato al paese di origine.

La fuga forzata, la necessità di lavorare per chi è rimasto orfano o di accudire i fratelli, la difficoltà di comprendere e parlare la lingua del paese che li ospita, la discriminazione, sono tutti fattori che contribuiscono a rendere la probabilità per i rifugiati di non andare a scuola cinque volte superiore alla media globale. Solo il 50% dei bambini rifugiati accede all’istruzione primaria, contro il 90% della media globale. E quando questi bambini crescono, il divario diventa un baratro: solo il 22% degli adolescenti rifugiati frequenta la scuola secondaria e solo l’1% va all’università, a fronte di una media globale rispettivamente dell’84% e del 34%.

La risposta di UNHCR: il programma “Educate a child”
Studentessa nel campo per rifugiati di Djabal, Ciad, novembre 2015 ©UNHCR/Sylvain Cherkaoui
Studentessa nel campo per rifugiati di Djabal, Ciad, novembre 2015 ©UNHCR/Sylvain Cherkaoui

Siria, Ciad, Iran, Pakistan, Yemen, Etiopia, Malesia, Kenya, Uganda, Ruanda, Sudan e Sud Sudan, sono questi i paesi identificati dall’UNHCR dove è più urgente intervenire, nei quali l’Agenzia lavora dal 2012 per garantire l’accesso all’istruzione dei bambini rifugiati. Nei primi quattro anni, 570.000 bambini sono tornati tra i banchi di scuola!

Un risultato ottenuto grazie a diversi interventi. Primo, ma non unico, la costruzione di scuole e classi che in paesi attraversati da guerre o nei campi per rifugiati non solo sono necessarie ma sono anche un segnale di normalità per i bambini: sono 148 le scuole costruite o ristrutturate e 1652 le classi, oltre 31.000 i banchi distribuiti e circa 1.000.000 di libri di testo e i materiali didattici.

È stato importante anche fornire 288.550 uniformi scolastiche per andare incontro al bisogno dei bambini rifugiati di sentirsi uguali ai loro compagni di classe, di sentirsi parte di quel gruppo.

La mancanza di denaro è tra gli ostacoli principali per l’accesso all’istruzione: per le famiglie rifugiate che da anni vivono in esilio, che hanno esaurito i risparmi, che non riescono a lavorare, è impossibile pagare le tasse scolastiche, sostenere i costi di trasporto e degli esami. Per questo, prevediamo un sostegno economico diretto alle famiglie che finora ha consentito a 58.737 bambini rifugiati di accedere all’istruzione.

Ma queste famiglie necessitano anche di sostegni indiretti e ne è la riprova un programma ad hoc per l’infanzia che ha fornito asili nido per oltre 4645 bambini, consentendo così a molti fratelli e sorelle maggiori che dovevano badare ai più piccoli, di andare a scuola e a tante mamme di riprendere a lavorare.

Ma spesso i bambini rifugiati non vanno a scuola perché vi mancano da troppo tempo. La fuga forzata comporta che in media un bambino perda dai 3 ai 4 anni di scuola e solo i corsi di recupero gli consentono di non rimanere indietro: in quattro anni ne hanno beneficiato oltre 72.000 bambini. In altri casi, l’ostacolo è la disabilità e un sostegno mirato in questi casi è importante, come nel caso di 3.141 bambini disabili che finalmente hanno ripreso gli studi.

Il nostro programma riconosce il ruolo fondamentale degli insegnanti che devono avere le competenze e le capacità per relazionarsi a bambini spesso traumatizzati, che hanno visto le loro case bruciare o i genitori uccisi, bambini ex soldato o vittime di violenze sessuali. Per questi bambini, la scuola deve essere un ambiente inclusivo, che sappia integrarli, che consenta di superare gli effetti devastanti del loro passato. Pertanto, abbiamo ritenuto indispensabile formare e reclutare 10.603 insegnanti, compresi 2308 rifugiati che, avendo vissuto analoghe esperienze, sono in grado di rispondere con più efficacia ai bisogni dei bambini.

Gli ambiti di intervento di “Educate a child”

Aumenteremo la possibilità di avere accesso all’istruzione lavorando con i governi per convincerli ad accettare che i rifugiati vengano inclusi nei loro sistemi d’istruzione nazionale. Costruiremo classi dove non ce ne sono abbastanza. Daremo sussidi economici alle famiglie che non possono permettersi di pagare l’iscrizione, le uniformi e il trasporto a scuola. Per quelli che hanno perso anni di scuola a causa dello spostamento forzato, organizzeremo dei corsi intensivi per recuperare il tempo perso e per consentirgli di reintegrarsi nel percorso scolastico.

Miglioreremo la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento reclutando insegnanti e garantendo loro una retribuzione, fornendo corsi di formazione certificata sia per i nuovi insegnanti che per quelli già in servizio. Forniremo inoltre libri di testo e computer, manuali per gli insegnanti, materiali per la pianificazione delle lezioni. Consentiremo l’accesso alle librerie e ai materiali di lettura aiutando i bambini a imparare la lingua locale.

Assicureremo la creazione di spazi sicuri mettendo in piedi meccanismi all’interno delle scuole e delle comunità per identificare e curare i bambini traumatizzati o a rischio di abuso e di sfruttamento. Forniremo accesso a servizi di consulenza psicologica per aiutare i bambini a superare le conseguenze drammatiche che hanno vissuto e adattarsi al nuovo ambiente che li circonda. Formeremo gli insegnanti e lo staff della scuola affinché imparino a utilizzare provvedimenti disciplinari positivi e non utilizzino nessuna forma di punizione corporale. Faremo in modo che i bambini che hanno bisogno di assistenza speciale possano avervi accesso e avere le stesse possibilità di apprendimento degli altri bambini.

Attiveremo campagne di sensibilizzazione pubblica, focus group di discussione con i genitori e la comunità più estesa, attraverso collegamenti con altri servizi sociali (come per esempio i centri medici) all’interno dei quali i bambini e i genitori sono presenti per promuovere l’importanza dell’istruzione.

Miglioreremo la raccolta, la gestione e l’analisi dati che è vitale per identificare ogni singolo bambino non iscritto a scuola e individuarne qualsiasi bisogno specifico. Altrettanto per quelli già iscritti una buona raccolta dei dati aiuta a conoscere i loro bisogni, le loro difficoltà e gli obiettivi raggiunti. In sintesi senza una raccolta dei dati efficace il successo del nostro programma è a rischio. Vogliamo essere sicuri di ottenere il massimo da ogni singolo dollaro o euro che investiamo per i bambini rifugiati.

Introdurremo l’innovazione nei programmi educativi attraverso l’utilizzo della tecnologia per i bambini rifugiati facilitando l’accesso ai computer. Inoltre arricchiremo l’insegnamento attraverso metodi innovativi che includono la formazione a distanza. Utilizziamo skype all’interno dei campi in Kenya per garantire l’accesso remoto a dei curricula più ampi; utilizziamo la tecnologia attraverso telefono cellulari per formare insegnanti in Pakistan e forniamo tablet per aumentare l’accesso ai libri in Ruanda, Sudan ed Etiopia.

Coinvolgeremo la comunità con l’obiettivo di abbattere i pregiudizi e rafforzare il sostegno ai bambini che si iscrivono a scuola. All’interno della Siria un network di volontari aiuterà gli sfollati siriani costretti a fuggire dalle loro case e dispersi nel paese fornendo loro sessioni di counselling sulle opportunità educative presenti nella zona in cui si sono trasferiti. Inoltre verranno organizzati campi estivi per i bambini vittime del conflitto consentendo loro di avere un minimo di respiro dal conflitto che imperversa.

Garantiremo il coordinamento dei sistemi d’istruzione tra il governo e le altre ong partner per rendere i nostri interventi sostenibili nel futuro. Questo è vitale per assicurare che le migliori pratiche e le esperienze vengano condivise e che non siano duplicati gli sforzi tra i vari attori. Investiremo nell’acquisto di computer e nella formazione specifica del personale all’interno delle scuole sulla gestione dei dati per sviluppare dei sistemi di monitoraggio dell’andamento scolastico dei bambini e creare un sistema di dati che consenta di migliorare la gestione delle scuole e l’accesso all’istruzione.